Sentenza cassazione s.u.n. 24418 del 2/12/2010

Pubblicato lunedì 05 marzo 2012 da Angelo in: Sentenze
Le Sezioni Unite Civili della Cassazione con Sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010 sono intervenute nuovamente sul tema del divieto di anatocismo in relazione ai contratti di conto corrente bancari ed hanno chiarito che qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto di apertura di linea di credito in conto corrente abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, la relativa operazione non può essere qualificata propriamente come “pagamento” effettuato dal “solvens”.

Ne consegue che, in tali ipotesi, il termine di prescrizione decennale cui è soggetta l’azione di ripetizione dell’indebito conseguente alla declaratoria di nullità, per avere la banca applicato tassi o capitalizzazione degli interessi in violazione del divieto di anatocismo, decorre dalla data in cui è stato estinto il conto in cui le partite relative agli interessi non dovuti sono stati annotati.

Sul punto la S.C. di fatto ha solo confermato, rafforzandone le motivazioni, il precedente proprio orientamento. Ciò in concreto comporta che se, ad esempio, un rapporto era stato chiuso il 31.12.2003, il correntista ha possibilità di agire per la ripetizione entro 10 anni, quindi entro il 31.12.2013 (a meno, ovviamente, di atti interruttivi); se il rapporto di c/c in esempio aveva avuto inizio nel 1980, allora potranno esser ripetute tutte quelle competenze indebitamente computate dalla banca, ma, chiarisce stavolta la S.C., con alcune specifiche limitazioni.

Rammentato che il diritto alla ripetizione di un pagamento indebito si prescrive in 10 anni, occorre stabilire quali siano in concreto i ‘pagamenti indebiti prescritti’.

La S.C. del 2010 ha stavolta chiarito che l’annotazione in conto di ogni singola posta di interessi comporta invero solo un mero incremento del saldo a debito del correntista (oppure una riduzione del saldo a credito) ma non costituisce sic et simpliciter un “pagamento avente natura solutoria”.

Allorquando il saldo di c/c dovesse presentare una situazione di “oltre fido”, ovvero di ‘scoperto’ (cioè: saldo negativo in assenza di fido), i successivi versamenti che il correntista andasse ad effettuare per il rientro nei limiti del fido (c.d. ‘ripristino della provvista’) ovvero, in caso di assenza di fido, per rientrare dallo ‘scoperto’, integrerebbero la fattispecie di pagamenti aventi natura ‘solutoria’.

Ovviamente non l’intero ammontare di tale rimessa avrebbe natura solutoria, bensì solo quella parte del versamento utile al rientro dell’extra fido (ovvero dello scoperto).

La pregressa giurisprudenza della Corte aveva difatti già affermato che per la decorrenza del termine prescrizionale, il giorno iniziale andava individuato in quello della chiusura definitiva del rapporto atteso che il contratto per la disciplina in conto corrente di operazioni bancarie è un contratto unitario che dà luogo ad un unico rapporto giuridico articolato in una pluralità di atti esecutivi, laddove i singoli addebitamenti o accreditamenti non danno luogo a distinti rapporti ma determinano solo variazioni quantitative dell’unico originario rapporto sicché solamente con il saldo finale si stabiliscono definitivamente i crediti ed i debiti fra le parti (App. Lecce 22-10-2001; Cass. 9-4-1984 n. 2262; per l’affermazione di tale principio in tema di garanzia prestata per il rapporto di conto corrente vedasi Cass. 23-3-2004 n. 5720; Cass. 11-5-1999 n. 4659; Cass. 14-4- 1998 n. 3783; Cass. 19-6-1997 n. 5481; Cass. 18-4-1 996 n. 3662).

Il Decreto Milleproroghe sta cercando di ribaltare una situazione giurisprudenziale oramai consolidata ed ancor di più confermata solo due mesi prima dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite.
 

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